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GAETANO DONIZETTI, MARINO FALIERO

Surian , Stanisci, Grassi, Magrì. Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival “Gaetano Donizetti”, Bruno Cinquegrani.

2 cd Naxos 8.660303-04.

Interpretazione: ***

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Aveva ragioni da vendere Giuseppe Mazzini nella “Filosofia della musica” del 1836, quando indicava come opera di gran valore il Marino Faliero di Donizetti, ascoltata da lui più volte al Teatro degli Italiani, in occasione della prima, il 12 marzo 1835. E’, in effetti, un lavoro d’ampia concezione teatrale, dove vari elementi si mescolano con massimo equilibrio, grazie ad un’ispirazione elevata del musicista che compose la partitura consapevole del contemporaneo debutto parigino di Bellini a Parigi.

Nel lavoro che Donizetti compì, ricevendo, al termine, consigli diretti da parte di Rossini, che fece la medesima cosa con Bellini per I Puritani, su alcuni ritocchi da apportare, il compositore ebbe presente di avere a disposizione un quartetto di cantanti tra i primi d’Europa, Giulia Grisi, Rubini, Lablache e Tamburini, gli stessi che preparavano anche l’opera belliniana.

Il successo non fu paragonabile a quello de I Puritani, la sera del 25 gennaio 1835: in parte si spiega non sulla base della qualità della musica, o sullo stato di salute dei protagonisti, ma sulla proposta di ruoli vocali abbastanza lontani dalle convenzioni dell’epoca, insomma ruoli abbastanza inediti. E’, infatti, affatto indicativo che la coppia “baritono e basso” rivesta maggiore importanza rispetto a quella tradizionale “tenore e soprano”, giacché il protagonista (basso) è al centro tanto di vicende politiche, quanto private.

Tale ruolo, una figura maestosa ed autorevole, è espressa da Donizetti tramite una vocalità declamatoria, anche nei cantabili: si tratta, pertanto, di una novità rispetto alla comune trattazione della voce da parte del Bergamasco, fatto che fu evidente proprio a Mazzini, il quale indicava in questo stile la possibilità maggiore di sviluppo del melodramma italiano, quale mezzo e veicolo fondamentale per la diffusione delle idee di patria e libertà che, tra l’altro, sono le colonne portanti della struttura drammaturgica del Faliero.

La commistione degli stili – elegiaca, amorosa, accenti patriottici e vibranti, cori incisivi – ci pone di fronte ad un capolavoro che circolò meno d’altri titoli donziettiani, in virtù proprio della particolarità musicale (Verdi porrà protagonisti basso e baritono in tempi ben più avanzati, solo con il Simon Boccanegra e con Don Carlos) e dell’occhio vigilie, in Italia, della censura. Per comprendere l’arditezza di Donizetti, basti citare il finale, culmine espressivo dell’opera, frutto di grande intuito drammaturgico, che non si poggia su di un’aria della protagonista (come, ad esempio, nella Lucrezia Borgia o nel Roberto Devereux, ad ogni modo, capolavori assoluti del Bergamasasco), ma con un duetto – il cantabile Santa voce al cuor mi suona è tra le più belle melodie di Donizetti e non è un caso che fu utilizzata, subito, in un apocrifo, per un Ave Maria a due voci – che sfocia direttamente nel concitato finale, dove Elena rimane sola in scena, per alcune brevi battute, mentre Falliero è giustiziato nel retroscena.

Per ascoltarlo nella sua grandiosa concezione servono interpreti in grado di guidare la propria voce ed una visione d’insieme da parte del direttore d’orchestra.

La presente edizione denota un enorme sforzo di tutti, raggiungendo esiti molto buoni, senza riuscire, però, a toccare vertici che rendano piena giustizia al capolavoro: Giorgio Surjan, infatti, arriva al ruolo con la giusta maturità dell’esperienza di cantante, ma con la voce prosciugata dello smalto che vantava un tempo. Rimane, però, un protagonista credibile e sufficientemente autorevole, accanto ad un buon Luca Grassi nella parte di Bertucci. Rachele Stanisci è molto brava laddove sia chiesta la capacità di cantare a mezza voce poggiando sul fiato – ed il duetto finale è, infatti, la gemma anche di quest’esecuzione.

Ivan Magrì riesce a non sfigurare nella sua parte ed è complimento per un ruolo pensato per Rubini. Cinquegrani dirige con decoro orchestra e coro nulla più che molto volonterosi.

Ad ogni modo, un’opera che deve essere conosciuta.

 

Bruno Belli.


FRANCO FERRARA: FANTASIA TRAGICA, NOTTE DI TEMPESTA, BURLESCA, PRELUDIO

Orchestra Sinfonica di Roma. Francesco La Vecchia.
1 cd NAXOS 8.572410
Interpretazione: ****

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Franco Ferrara fu uno tra i più colti e raffinati direttori d’orchestra della scuola italiana che era nata con Mariani e con Bottesini. Era anche un compositore di talento, un personale amico di Nino Rota che lo aveva eletto ad interprete della sua musica per pellicola. Collaborò, infatti, con i più grandi registi e molte colonne sonore che sono entrate nel patrimonio culturale degli Italiani, nell’immaginario collettivo riferito alla musica da film sono da lui magistralmente dirette: un esempio, su tutti, l’eccezionale sinfonismo romantico de Il Gattopardo di Visconti.

Come Rota e come Menotti era nato nel 1911, ma a lui non è stato dedicato alcunché, lo scorso anno. Solo la Naxos, non una casa italiana, ma una multinazionale giapponese (inutile commentare sullo stato generale del nostro Paese) ha provveduto a ricordarlo, come compositore, tra l’altro con un bellissimo prodotto a prezzo economico, per giunta.

Franco Ferrara è stato un artista sfortunato, non per le doti, riconosciutegli dai colleghi e dal pubblico (che lo conobbe, però, quasi tramite le colonne sonore da lui dirette, e, talora, da lui create), ma per la salute che gli accordò solo un’attività “dietro le quinte”.

Nato e cresciuto nella Palermo del primo Novecento – un fiore liberty eccezionale tra cielo e mare (parallelo non voluto, ma che scaturisce naturalmente, con l’aria de La Gioconda) – Ferrara studiò a Bologna, con Nordico, Consolini, Ivaldi e Belletti, diplomandosi in composizione, violino, pianoforte, organo e composizione organistica, tenendo concerti in varie città italiane come pianista e violinista. Nel 1938 fu il suo esordio come direttore dell’orchestra fiorentina legata al Comunale ed al Maggio Musicale, poiché, per le sue doti, aveva colpito un raffinato musicista della fama di Vittorio Gui, divenendo, per le stagioni del 1944 e 1945, in pieno conflitto mondiale, guida della compagine che rimane la più prestigiosa istituzione musicale del Novecento italiano, l’Orchestra Sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma.

A questo punto, però, Ferrara deve lasciare la direzione per motivi di salute: con sempre maggiore frequenza, da qualche anno, perde i sensi durante i concerti, cadendo, a volte con conseguenze rimarchevoli, dal podio. Che malattia? Nessuno dei medici e degli psichiatri che interpellò seppero dare una chiara risposta, perché nulla, nel comportamento di Ferrara in ambito quotidiano, denota uno stato o d’ansia, o di depressione, o d’altri mali fisici o psichici.

Così, nel 1946 tiene l’ultimo concerto pubblico, a Napoli, sebbene, per le orchestre Rai, per la radio, proseguirà con taluni appuntamenti, lasciandoci anche poche, ma affatto pregevoli, registrazioni discografiche: una fra tutte, la prima esecuzione completa de “La scala di seta” di Rossini, protagonista Graziella Sciutti, per la RCA (1963), mai ristampata su cd, nemmeno per l’occasione del centenario della nascita del direttore.

Così, inizia la carriera d’insegnante, come perfezionatore di direttori d’orchestra: Riccardo Chailly è stato uno di loro.

Nel 1985 ottenne il premio “Una vita per la musica”, segno che, nell’ambiente artistico, ebbe sempre un ruolo di rilievo, tra l’altro, molto apprezzato come compositore, sebbene poche sue pagine fossero state eseguite in pubblico. Non si dimentichi che Ferrara, per la sua competenza, ricevette più volte apprezzamenti, rispetto e riconoscenza di colleghi quali Karajan, Bernstein e Celibidache.

Insomma, un personaggio che avrebbe meritato maggior ricordo, dopo la morte, occorsa nel 1985. Questo cd ci permette di accostarci ad una parte della sua attività, tramite una composizione giovanile, ancora influenzata dall’estetica propria di Casella e di Buoni, e tre pagine della maturità, legate tutte, ad ogni modo, da una robusta cornice tonale, non esitando ad attingere ad espressioni che derivano da Sostacovich e da Stravinsky, tramite un procedimento personale che fonde le armonizzazioni con l’esperienza sinfonica dell’Ottocento.

Sono pagine ricche di fascino e di bellezza tematica, di piena competenza artistica e di spettacolari chiaroscuri che Francesco La Vecchia, alla guida dell’orchestra sinfonica di Roma pone in bell’evidenza e ci fa sperare che, a breve, torni ad offrirci, non solo su cd, altre escursioni nel repertorio di un grande maestro per nulla di nicchia, pertanto ancora più colpevolmente dimenticato.

 

Bruno Belli.


L’INATTACCABILE SPIRITO VIENNESE.

 

VIENNA - Meritatissimo successo per il tradizionale appuntamento con il Concerto di Capodanno, domenica: appropriata l’interpretazione di Mariss Jansons e degli impeccabili Wiener Philharomniker. Anche i balletti (per chi abbia visto la televisione) che accompagnano alcune delle pagine si sono avvalsi delle fantasiose coreografie di Davide Bombana, celebrato ballerino milanese, alla Scala, quindi, dal 1998, coreografo nei maggiori teatri internazionali, uno dei tanti elementi Italiani (i fiori che addobbano la Sala d’oro del Musikverein provengono, sono oltre trent’anni, dai floricoltori di San Remo) che concorrono a completare il singolare appuntamento in perfetto equilibrio tra il puro “divertissement” ed il messaggio di positività che il repertorio caratteristico sottintende.

 

Sobria eleganza è stato lo stile di quest’anno: dagli abiti dei ballerini, alla scelta delle composizioni floreali in sala, alle pagine proposte, quasi tutte tratte dalle composizioni giustamente tra le più note del secondo Ottocento di quella Vienna che, quale centro del fermento culturale, scientifico e politico, conosciuto come “Mitteleuropa”, si presentava cinica e sentimentale, frivola ed ironica. La Vienna che, drasticamente demolendosi e maestosamente ricostruendosi sulla Ringstrasse dove sfilano, così, le dimore della prosperosa borghesia, diventava la Vienna imperiale, che è poi la stessa Vienna della musica da ballo e dell’operetta.

 

Si tratta di uno spirito inimitabile e difficilissimo da intendere e da rendere, oppure, al contrario, facilissimo, se si è assorbito con il latte della balia. Per lo più, i Wiener appartengono al secondo caso.

 

L’artista sensibile, però, è in grado di coglierne l’essenza, come ha fatto, per la seconda volta, Janssons, che ha proposto una chiave di lettura brillante, appena screziata da taluni passaggi di nobile malinconia, divenuta umbratile anche nel proporre il suo conterraneo Tchaikovskij, entrato, così, per la prima volta, nel programma viennese di Capodanno.

 

Vi è entrato, infatti, grazie a quell’inconfondibile cifra che ne caratterizza la musica, all’apparenza di carattere adamantino, mentre, in realtà, permeata dal malinconico “male di vivere”, così come anche una pagina che si dichiara spensierata quale il valzer “Godetevi la vita” di Johann Strauss II, colui che è definito il re del genere, rimanda direttamente alla contrapposizione tra la ricerca della gioia e il prosaico del quotidiano, un invito da parte di un artista depresso caratteriale con il terrore della morte, dopo che, poco più che ragazzo, era letteralmente “rinato” da una malattia che lo dava come spacciato.

 

Janssons, che, di recente, proprio per motivi di salute, ha dovuto cancellare le previste rappresentazioni della “Carmen” all’opera di Stato di Vienna, scegliendo di proporne l’effervescente “quadriglia” che Eduard Strauss ne trasse nel 1880, e di vivere l’appuntamento sottoscritto con il Capodanno di Vienna, pur essendo visibilmente provato, è un ottimo esempio di volontà e di temperamento nel procedere attraverso il difficile cammino dell’esistenza, nonostante tutto, così come lo spirito di questa musica intende.

 

Bruno Belli.

Bruno Belli.


JOYCE DI DONATO, DIVA DIVO.

Musiche di Gluck, Mozart, Rossini, Gounod, Berlioz, Massenet, R. Strauss. Orchestra e Coro dell’Opera Nazionale di Lione, Kazushi Ono.

1 cd Virgin Classic 64198606

Interpretazione: ***

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Strana cantante Joyce di Donato. Alla Scala, ne La donna del lago, lo scorso novembre, non ha brillato molto, nonostante che, di solito, si sia presentata come uno dei migliori mezzosoprani rossiniani degli ultimi anni. Ed, in effetti, ci ha lasciato buone impressioni tanto in teatro – interessante il debutto al “Rossini opera Festival” nel 2005 accanto a Florez, magnifica la sua interpretazione di Rosina a Londra, con tanto di gamba ingessata, per uno spettacolo ripreso su DVD – quanto in disco.

Di fronte ad un recital come il presente, dove si propone un repertorio d’ampio raggio, per ruoli femminili e per en-travesti, potrebbe sorgere qualche dubbio, giacché la cantante trascorre da Mozart a Massenet, attraverso stili di canto affatto differenti, dove all’interprete, di là della tecnica di base per cantare in modo adeguato, si chiedono differenti approcci ed impostazioni.

Ascoltando, poi, il cd, qualche dubbio rimane, pur essendo fugati per la maggior parte. La Di Donato è molto brava ed elegante quando affronta Mozart e Gluck – Cherubino de Le nozze di Figaro e Sesto de La clemenza di Tito – non altrettanto suadente, invece, nell’affrontare lo stesso paggio delle Nozze mozartiane divenuto protagonista in Massenet, Cherubin.

Di certo, la Di Donato si sarà ispirata a Fredrica Von Stade che riuscì, in passato, a compiere i personaggi a tutto tondo. La differenza, in sostanza, sta nel “gusto” delle due interpreti, essendo la Von Stade una fraseggiatrice d’altissima scuola e di naturale aristocrazia, proponendosi, invece, la Di Donato, quale spiritata donna della buona borghesia che si vesta per una serata da castellana, limitandosi, però, a portarne solo i panni, non l’educazione.

Bellissime, per contro, le letture dell’aria di Vitellia nel secondo atto de La clemenza di Tito di Mozart e la cavatina di Romeo ne I Capuleti e i Montecchi di Bellini, dove la piena luminosità del timbro vestono i due personaggi di naturale vigore giovanile.

Un cd che per alcuni sarà una curiosità sull’interprete, per altri un esempio preclaro per fuggire al vezzo di volere affrontare in modo onnivoro il repertorio.

Bruno Belli.


“DON GIOVANNI” DEGLI URLI E DEI PRETESTI.

Deludente ed irritante “Prima della Scala”.

MILANO – Basterebbe un solo aggettivo per definire il Don Giovanni che ha aperto la Stagione lirica 2011 – 2012 della Scala: brutto. Semplicemente brutto. Null’altro. Brutta l’interpretazione. Brutta la regia. E’ chiaro che devo spiegare i motivi che mi fanno ritenere un appuntamento mancato quest’edizione tanto attesa quanto deludente, poiché brutto, di per sé, può contenere diversi significati.

Lasciamo per ultimo la regia, della quale diremo ben poco, ma due parolette andranno pur spese, ora che i saccenti registi, per lo più, ci hanno riempite le tasche con le loro fandonie vacue e pretestuose.

Partiamo, pertanto, dalla musica, essendo l’interpretazione del testo il vero valore che permette il perpetuarsi dell’opera d’arte.

 

Che dire della direzione di Baremboim? Discontinua e morchiosa, roboante e inopportuna, tanto da costringere taluni cantanti – in primis la Netrebko – ad un uso quasi brado dei “fortissimo” che parte del pubblico a giustamente rimarcato. Così come qualche dissenso ha manifestato nei confronti del direttore, che legge Don Giovanni a tratti in chiave romantica, in altri momenti in “non so bene come, basti far sentire le note”. Non nuovo a queste letture (la pesantezza delle “sue” orchestre è quasi tratto proverbiale), torno a chiedermi perché il Maestro Baremboim non abbia seguitato a fare il pianista, mestiere con il quale si destreggiava senz’altro meglio.

Peter Mattei fu Don Giovanni in una fortunata edizione del 1999 ad Aix en Provence e, da allora, passa per cantante mozartiano. In realtà ha soltanto voce, ma dello stile con cui interpretare la musica del secondo Settecento non mostra nemmeno l’anticamera del propedeutico. Raramente ho ascoltato una così brutta aria dello champagne, tanto per l’urlare, quanto per la dizione.

Il Commendatore di Kwangchul Youn si apprezza per il fatto di avere poche note da cantare, ma, ahimé, abbastanza importanti verso il termine del secondo atto: transeat, ad ogni modo, giacché ben più deludente, oggi, il Leporello di Bryn Terfel. Il basso baritono è, infatti, solitamente un vocalista di tutto rispetto: soprattutto per la direzione di Baremboim è stato costretto anch’egli ha troppi sforzati, privando la parte delle mezzevoci più indicate, senza contare che ha affrontato i recitativi dimenticandosi che stava interpretando nella Patria di quella lingua, l’Italiano, che, forse, molti degli stessi spettatori mostrano di saper conoscere ben poco (mi sarebbe piaciuto ascoltare Ildebrando D’Arcangelo, messo, invece, nel secondo cast! Che lungimiranza!!!).

 

A priori, e questo è grave tanto quando avvenga il contrario, la Netrebko doveva essere brava. Lo è stata, anche se nei limiti che tale direzione le ha imposto. Senz’altro in difficoltà Barbara Frittoli, le cui asperità di Deh! Fuggi il traditor (eseguita senza il continuo del clavicembalo, necessario, invece, per porre in evidenza la voluta ironia mozartiana di una pagina di taglio tragico barocco) e i passaggi di coloratura del Mi tradì le impongono di stringere i suoni, essendo la cantante più adatta ad un repertorio squisitamente da soprano lirico. Carina l’interpretazione della Zerlina d’Anna Pohaska, misurata quella di Stefan Kocan quale Masetto, improponibile, invece, l’Ottavio di Giuseppe Filianoti, la cui intonazione fluttuante lo mette in gravissimi problemi.

Infine, la regia. Lascio correre tutto quello che Carsen ha affermato prima e dopo la rappresentazione, giacché, ora, poco m’interessa, soprattutto dopo avere subito la sua regia pretestuosa e senza alcunché di coerente, tra l’altro senza nemmeno il beneficio del primato sulla scelta dell’attualizzazione, parole che, in campo artistico, detesto e rifuggo come l’Aids. Infatti, un’opera è sempre attuale, indipendentemente dai cascami che i molti registi vi desiderano applicare, nella misura in cui l’Arte, non la di lei imitazione, sollecita delle emozioni nello spettatore.

“Il compositore vuole dire…” è l’inizio del discorso che serve a spiegare ogni scelta del regista. No, Mozart qui non vuole dire niente, perché lo dice, e basta, senza che altri debbano mettere sulla sua bocca parole che questi non ha pronunciato. 

Basti comprendere la musica e leggere le indicazioni di un libretto per servire al meglio nel rendere più efficaci le situazioni, senza voli pindarici per giustificare scelte fini a se stesse ed incongruenti con la narrazione teatrale e musicale.

 

 Bruno Belli.


JOHANN NEPOMUK HUMMEL. AT THE OPERA

Madoka Iuni, pianoforte. 1 cd NAXOS 8.572736

Interpretazione: ****

Acquista il CD su IBS al prezzo di Euro 6,21

 

Esponente di spicco del Biedermeier, Johann Nepomuk Hummel, figlio del direttore musicale del Teatro an der Wien, fu un enfant prodige che ebbe la fortuna di essere per due anni allievo di Mozart, quindi, per lo studio della composizione, di Salieri, dopo aver effettuato un viaggio artistico di cinque anni attraverso l’Europa, tra il 1788 ed il 1793.

Maestro di cappella in varie corti, tra cui ad Eisenstadt quale successore di Haydn, trascorse gli anni più belli a Weimar, dal 1818 fino alla morte, dove divenne amico di Goethe. Ebbe, invece, freddi rapporti con Beehtoven, essendo i due affatto differenti tanto per carattere quanto per sensibilità artistica.

Hummel quale celebre esecutore alla tastiera annoverò alcuni allievi che sarebbero divenuti tra i principali esponenti del panismo romantico tedesco: Czerny, Hiller e Thalberg.

Ad Hummel, poi, si deve il massimo contributo alla trasformazione della scuola tedesca: grazie alla chiarezza dei fortepiano viennesi, egli seppe sviluppare una scrittura delicata e modificare il timbro dello strumento. Come insegnante, poi, Hummel ha lasciato un metodo, pubblicato nel 1828, che resta ancora oggi una preziosa raccolta con eccellenti indicazioni per la diteggiatura e per gli abbellimenti. In special modo Chopin lo considerava uno tra i migliori del genere e gli attribuiva un ruolo speciale nel suo insegnamento. Sosteneva, infatti, che “Tutto consiste nel sapere bene impiegare le dita. Hummel è stato il più esperto a questo riguardo”. Alla fama di virtuoso aggiungeva quella d’improvvisatore incomparabile che si compiono proprio in quelle pagine di più ampia libertà, quali le variazioni e le fantasie su temi d’opera.

Il presente cd ne raccoglie sette esempi molto belli. Si tratta di variazioni e di fantasie su temi di Mozart, di Gluck, di Cherubini e d’alcune sue opere teatrali: virtuosismo del pianista e piacere dell’ascolto sono la cifra stilistica di questi momenti destinati tanto al concerto quanto alle riunioni serali nei salotti.

Sono caratteristiche che la pianista Madoka Inui, vincitrice del premio “Città si Stresa International Piano Competition” ed artista che la Naxos ha già impiegato per alcuni cd dedicati alla musica da camera viennese della fine del Settecento e del primo Ottocento, pone in evidenza grazie alla brillantezza del suono ed alla tecnica eccezionalmente valida: ascoltiamo momenti di contabilità solare, alternati ad eccellenti chiaroscuri esibiti all’occorrenza, soprattutto laddove sono previsti passaggi in tonalità minore.  

Bruno Belli.


BAREMBOIM E DON GIOVANNI

Il maestro all’Università Cattolica parla dell’opera che inaugurerà la Scala il 7 dicembre 2011.

MILANO – La tradizionale stagione della Scala s’inaugura il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, mentre, da qualche anno, è stata inserita dal direttore artistico Stéphane Lissner l’anteprima del 4 dicembre riservata ai giovani: appuntamento per il 2011, Don Giovanni di Mozart, una delle opere più popolari della storia e più rappresentate al mondo.

Il maestro Daniel Barembonim, che dirigerà l’opera, è stato ospitato, giovedì 24 novembre all’Università Cattolica, per l’altro appuntamento divenuto tradizionale, una presentazione storico musicale del lavoro scelto per la “prima” di Sant’Ambrogio, momento che si presenta quale dialogo diretto con la città – e, soprattutto con i giovani – grazie all’impegno della coordinatrice del corso di laurea in Economia dei Beni Culturali, Paola Fandella e d’Enrico Girardi che, da quattro anni invitano, il maestro agli eventi da loro organizzati nella sede di Largo Gemelli.

Barenboim, con ironia e con entusiasmo, ha rivelato ai presenti la passione per la composizione mozartiana che dirigerà, la serata del 7 dicembre. «Il Don Giovanni non è solo la prima opera che ho diretto, è anche la prima opera che ricordo da bambino».

Il maestro ha spiegato che in questo «dramma giocoso» c’è tutta la genialità del compositore austriaco. «Per Mozart la parola dramma non significava solo la forma dell’opera teatrale, ma assumeva il significato della vera e propria rappresentazione drammatica. La genialità Mozart sta nella capacità di riunire il comico e il tragico nella stessa opera, di avere un personaggio tragico in un contesto buffo». Tali dimensioni non sono slegate tra loro, ma tenute insieme come lo sono le parti recitative con le rispettive arie: «Questi due aspetti sono connessi in modo fluido, il primo influenza il secondo».

Il maestro ha spiegato questo concetto con un esempio. Durante le prove della stessa giornata, Peter Mattei, che canta il ruolo eponimo, dopo aver finito di cantare «La ci darem la mano» ha fatto notare al maestro la sua preferenza ad interpretarla più velocemente. Immediata la replica di Barenboim: «Hai scelto tu di cantarla così, io mi sono adeguato al tuo recitativo nell’ingresso». Sulle diverse interpretazioni della musica e dello scritto, il maestro è lapidario: «Bisogna seguire tutto ciò che Mozart ha scritto, non si può inventare. In Mozart ogni piccola sfumatura ha un senso e ciò che a prima vista può sembrare un errore in realtà non lo è».
Ma, cosa ascolteremo e vedremo, nelle prossime settimane alla Scala. Baremboim non lo rivela alla platea dell’Università, giustamente, perché Egli preferisce parlare dell’opera in sé, della musica e del libretto: l’occasione era per l’aspetto più “culturale”.

Quanto allo spettacolo, però, possiamo ricordare che la nuova produzione, molto attesa, prevede la regia di Robert Carsen, cui sono stati affidati anche Les contes d’Hoffman in scena a gennaio nell’allestimento dell’Opéra National de Paris. 

 

Don Giovanni – Prove di scena in Teatro: Anna Netrebko (Donna Anna), Peter Mattei (Don Giovanni)
Fotografia di  Marco Brescia & Rudy Amisano

Carsen cura anche le luci del Don Giovanni insieme a Peter Van Praet, le scene sono di Michael Levine, i costumi di Brigitte Reiffenstuel e le coreografie di Philippe Giraudeau. Sul podio si alternano Daniel Barenboim per le recite di dicembre e Karl-Heinz Steffens per quelle di gennaio. Il coro della Scala è preparato da Bruno Casoni.

Dodici le recite in cartellone: a dicembre 4/7/10/13/16/20/23/28, a gennaio 4/8/12/14; i prezzi vanno da 2.000,00 euro a 50,00 euro per il 7 dicembre, da 187,00 euro a 12,00 euro per le altre recite, mentre particolari condizioni sono previste per il 4 dicembre.
Doppio il cast, uno per le recite di dicembre, l’altro per quelle di gennaio:

Don Giovanni Peter Mattei
Il Commendatore Kwangchul Youn / Alexander Tsymbalyuk,
Donna Anna Anna Netrebko / Tamar Iveri,
Don Ottavio Giuseppe Filianoti / John Osborn,
Donna Elvira Barbara Frittoli / Maria Agresta,
Leporello Bryn Terfel / Ildebrando D’Arcangelo,
Zerlina Anna Pohaska / Ekaterina Sadovnikova,
Masetto Stefan Kocan / Kostas Smoriginas.

 

Don Giovanni – Prove di scena in Teatro: Barbara Frittoli (Donna Elvira), Giuseppe Filianoti (Don Ottavio) e il Coro del Teatro alla Scala. Fotografia di  Marco Brescia & Rudy Amisano

Il Don Giovanni, titolo originale Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, ricordiamo che è la seconda delle tre opere italiane che Mozart compose su libretto di Lorenzo Da Ponte su commissione dell’imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’ Austria. Da Ponte attinse a numerose fonti letterarie; la scrisse mentre preparava, in contemporanea, anche libretti per l’ avversario di Mozart, Antonio Salieri e per il compositore Martìn y Soler.

L’opera segue Le nozze di Figaro e precede il Così fan tutte, rappresentata al Teatro degli italiani di Vienna: composta tra il marzo e l’ ottobre del 1787, quando Mozart, andò in scena al Teatro degli Stati di Praga con ottimo esito.

Non sempre facile allestirla nel modo giusto, essendo un connubio di tragico e di comico, di serio e di malizioso; nel finale, addirittura, vi è l’elemento sovrannaturale quale espressione di un costume etico superiore che interviene sull’umanità: alla Scala hanno anticipato che sarà una rappresentazione dove la regia non stravolgerà l’opera. Attendiamo il 7 dicembre.

 Bruno Belli.

 

Info: www.teatroallascala.org

 

http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2011-2012/don-giovanni.html

 


UN CAPPELLO “DI COMPLEANNO” CHE VOLA MOLTO IN ALTO.

Eccellente produzione de “Il Cappello di paglia di Firenze” di Rota a Savona nel centenario dell’autore.

SAVONA – Farsa musicale in quattro atti, “Il Cappello di paglia di Firenze”, tratto da Labiche su libretto scritto con la madre Ernesta, è considerato il capolavoro teatrale di Nino Rota che, così ricordava, era stata composta quasi per divertimento nel 1944-45, l’opera andò in scena per la prima volta il 21 aprile del 1955 al Teatro Massimo di Palermo, per volontà dell’allora sovrintendente Simone Cuccia. Riuscì, infatti, a convincere un riluttante Rota a concludere l’opera e a presentarla al pubblico. Il successo della prima fu mirabile ed il lavoro fu più volte ripresa in Italia e all’estero. 

 

Ed, in effetti, tra i lavoro teatrali del compositore, tutti d’altro livello, questo “cappello” sovrasta la produzione per freschezza, eleganza, ingegno: il cavallo si mangia il cappello di paglia di una gentile adulterina e la miccia è innescata, tramite una follia organizzata (cito, non a caso, un’espressione che Stendhal utilizzò per L’Italiana in Algeri di Rossini) che sollecita la comicità genuina ed irresistibile frutto di un meccanismo teatrale perfetto.

Come già scrissi alla presentazione della stagione 2011 dell’Opera Giocosa di Savona, dobbiamo da rendere merito – anzi, levare tanto di cappello – alle maestranze del teatro ligure. L’allestimento appartiene alla Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e la realizzazione è una coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, Teatro Sociale di Rovigo.

Si tratta di uno spettacolo divertente, fresco, calzante tanto ai tempi teatrali, quanto a quelli musicali, creato falla regia scoppiettante di Elena Barbalich, che ha saputo plasmare azioni e movimenti puntuali, riportandoli ad una pellicola cinematografica, in modo per nulla casuale, trattandosi di un lavoro di colui che fu anche il maestro della musica per pellicola. 

 

Scene e i costumi di Tommaso Lagattolla s’ispirano anch’esse, infatti, al cinema degli anni venti, il tutto inserito in una cornice ideale, che contiene un rappresentativo ambaradan di pianta alla Hellzapoppin, barboncini di peluche e così via.

A proprio agio, e pertinente, il numero di interpreti: Leonardo Cortellazzi (Fadinard), spiritoso, simpatico, ottima presenza scenica, voce interessante, Manuela Cucuccio (Elena), Annamaria Sarra (Anaide), Marianna Vinci (Baronessa), Domenico Colaianni (Nonancourt), Filippo Fontana (Beaupertuis), Simone Alberti (Emilio), Stefano Consolini (Zio Vezinet), Silvia Giannetti (La modista), Roberto Covatta (Felice). Tutti interpreti affiatati alle prese con scioglilingua nello stile rossiniano  con cantabili in forma parodistica dell’opera seria.

Il direttore Giovanni Di Stefano ha condotto con arte l’Orchestra Sinfonica di Sanremo nel gioco delicato, in quest’opera affatto complesso, tra palcoscenico e “golfo mistico”, coadiuvato anche dall’ottimo coro “Aslico Circuito Lirico Lombardo”, il tutto condito da meritatissimi applausi e da entusiasmo da parte del pubblico presente, calibrato da esponenti di svariate età.

 Bruno Belli.

Foto realizzate dal fotografo di scena Luigi Cerati


LA DONNA SI PERDE SUL LAGO ACQUITRINOSO DELLE VOCI.

Altalenate edizione de “La Donna del lago” alla Scala.

MILANO – In scena fino al 18 novembre, alla “prima”, è stata un grande successo La donna del lago, allestita alla Scala, con ben dieci minuti d’applausi alla chiusura del sipario. Si tratta di un’edizione realizzata in coproduzione con l’Opera di Parigi e la Royal Opera House di Londra (ha debuttato nella capitale francese nel maggio 2010), alla quale ho assistito per una replica, così da potere ascoltare la musica e vedere la messa in scena, senza quella fibrillazione che aveva invaso i melomani per l’attesa d’interpreti adusi al canto rossiniano, Joyce Di Donato (Elena), Juan Diego Florez (Giacomo V), Daniela Barcellona (Malcom), John Osborne (Rodrigo). 

 

La donna del lago (Atto II)

La direzione è affidata a Roberto Abbado, la regia a Lluis Pasqual, le scene ad Ezio Frigerio, i costumi d’epoca a Franca Squarciapino.  
L’ultima volta alla Scala risale al 1992, per la direzione di Muti ed Herzog alla regia.

Lo spettacolo di Pasqual, visto da parte della stampa parigina suscitò alcune perplessità: è d’ambientazione neoclassica, con colonne e capitelli. Ben poco da dire, sulle scene, se non che sono abbastanza eleganti, ma la regia – e la stessa ambientazione – si adagiano in una monotonia che fa sembrare l’opera un oratorio. Già Rossini ha idea della musica idealizzata, pertanto, meglio sarebbe giocare nella regia alcuni spunti che rendano il teatro veramente vivo, altrimenti tanto vale proporre un’esecuzione in forma di concerto, sempre che i cantanti riescano a catalizzare, grazie alle loro doti, ed alla musicalità, il massimo interesse da parte del pubblico. Ma, proprio i cantanti non sono tutti all’altezza del ruolo, per un’opera di grande difficoltà, concepita sulle doti della compagnia che Barbaja aveva scritturato “ad interim” al San Carlo di Napoli.

Juan Diego Florez stella incontrastata all’opera, nel panorama lirico odierno, limitatamente al repertorio, non conosce rivali. La parte di Giacomo V, pensata da Rossini per tenore contraltino Giovanni David, costituisce un temibile banco di prova per le capacità tecniche del cantante, spinto sovente a restare in tessitura molto acuta. Florez cesella ogni frase, lo slancio con cui si cimenta nei passaggi d’agilità, gli acuti ed i sovracuti (fino al re naturale, in aggiunta ai molti do), il legato dei cantabili, procedono con apparente disinvoltura, dovuta, invece, ad un lavoro tecnico sempre controllato.
Joyce DiDonato esibisce un timbro argenteo, adamantino e luminoso, sebbene, nell’emissione tensioni e durezze si fanno sentire, quasi a testimoniare una precoce stanchezza vocale. Daniela Barcellona si presenta al pubblico con il recitativo Mura felici che realizza con voce ampia e vellutata, legata ad un fraseggio morbido e vario. Quello che mi ha lasciato perplesso, invece, è l’interpretazione alcune frasi musicali affrontate con un piano che, in disco, può anche risultare di grande effetto ma che, in teatro, non ottiene punto effetto, finendo con la difficoltà dell’ascolto. Altrove, la cantante appare stanca: nel duetto con Elena, dove, peraltro, i due timbri tendono ad uniformarsi in alcuni passaggi, causando una spiacevole monotonia, la Barcellona fatica realmente ogni qual volta deve passare dal grave all’acuto.

 

La donna del lago (Atto II): Joyce DiDonato (Elena), Juan Diego Flórez (Giacomo V)

Michael Spyres esibisce un canto acrobatico spericolato, ma molto incerto per tenuta e discutibile nell’interpretazione. Sarà meglio che cerchi di contenere certe spavalderie vocali brade, per non bruciare la possibile carriera.
Balint Szabo, come Duglas, possiede voce di basso non molto sonora e corta nel registro grave, ma si disimpegna in modo sufficiente. Come inesistenti le parti di fianco.Ottima la prova di Roberto Abbado assecondato da un’orchestra particolarmente attenta, e del coro scaligero come sempre benissimo preparato da Bruno Casoni.

 Bruno Belli.


CLASSICA EXPO’ ROMA – MOSTRA DEGLI STRUMENTI MUSICALI

Classica Expo’ Roma in programma dal  2 al 4 dicembre 2011
presso l’Auditorium del Seraphicum Via del Serafico 1 (zona Eur).


Classica Expo Roma, una vera e propria mostra mercato di strumenti musicali, nata dall’esigenza di offrire un maggior spazio all’arte musicale in genere e all’organologia in particolare. I vari espositori, che vanteranno la presenza dei migliori maestri liutai, saranno di gran lunga superiori rispetto alle precedenti edizioni, indice questo di una maggior richiesta anche da parte del pubblico, di addetti ai lavori e non, che accorre sempre più numeroso.
Dunque un’iniziativa importante e sicuramente unica nell’Italia del centro-sud, indicativa anche di una crescente sensibilizzazione verso l’arte musicale, l’artigianato, ma ancor più verso la cultura in genere.

Nell’ambito della Classica Expo Roma saranno esposti:

Strumenti antichi originali e riproduzioni
Strumenti a tastiera
Liuteria antica e moderna
Strumenti a fiato
Accessori
Editoria musicale ed etichette discografiche

MOSTRA AD INGRESSO LIBERO

PROGRAMMA CULTURALE

La Mostra sarà affiancata da eventi di alto livello: concerti, masterclass, seminari che creando un’atmosfera unica, coinvolgeranno numerosi musicisti e operatori del settore.

PROMOZIONE e COLLABORAZIONI

Le attività di promozione saranno svolte a livello internazionale e sono state attivate molteplici collaborazioni con Istituzioni sia pubbliche che private, come Conservatori, Fondazioni e Istituzioni Musicali.
Inoltre, Classica Expo sarà contenitore di altri avviati Festival Musicali.

Info: www.classicaexporoma.com     Email: classicaexpo@gmail.com