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Archivio Dicembre 2011

JOYCE DI DONATO, DIVA DIVO.

19 Dicembre 2011 Nessun commento

Musiche di Gluck, Mozart, Rossini, Gounod, Berlioz, Massenet, R. Strauss. Orchestra e Coro dell’Opera Nazionale di Lione, Kazushi Ono.

1 cd Virgin Classic 64198606

Interpretazione: ***

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Strana cantante Joyce di Donato. Alla Scala, ne La donna del lago, lo scorso novembre, non ha brillato molto, nonostante che, di solito, si sia presentata come uno dei migliori mezzosoprani rossiniani degli ultimi anni. Ed, in effetti, ci ha lasciato buone impressioni tanto in teatro – interessante il debutto al “Rossini opera Festival” nel 2005 accanto a Florez, magnifica la sua interpretazione di Rosina a Londra, con tanto di gamba ingessata, per uno spettacolo ripreso su DVD – quanto in disco.

Di fronte ad un recital come il presente, dove si propone un repertorio d’ampio raggio, per ruoli femminili e per en-travesti, potrebbe sorgere qualche dubbio, giacché la cantante trascorre da Mozart a Massenet, attraverso stili di canto affatto differenti, dove all’interprete, di là della tecnica di base per cantare in modo adeguato, si chiedono differenti approcci ed impostazioni.

Ascoltando, poi, il cd, qualche dubbio rimane, pur essendo fugati per la maggior parte. La Di Donato è molto brava ed elegante quando affronta Mozart e Gluck – Cherubino de Le nozze di Figaro e Sesto de La clemenza di Tito – non altrettanto suadente, invece, nell’affrontare lo stesso paggio delle Nozze mozartiane divenuto protagonista in Massenet, Cherubin.

Di certo, la Di Donato si sarà ispirata a Fredrica Von Stade che riuscì, in passato, a compiere i personaggi a tutto tondo. La differenza, in sostanza, sta nel “gusto” delle due interpreti, essendo la Von Stade una fraseggiatrice d’altissima scuola e di naturale aristocrazia, proponendosi, invece, la Di Donato, quale spiritata donna della buona borghesia che si vesta per una serata da castellana, limitandosi, però, a portarne solo i panni, non l’educazione.

Bellissime, per contro, le letture dell’aria di Vitellia nel secondo atto de La clemenza di Tito di Mozart e la cavatina di Romeo ne I Capuleti e i Montecchi di Bellini, dove la piena luminosità del timbro vestono i due personaggi di naturale vigore giovanile.

Un cd che per alcuni sarà una curiosità sull’interprete, per altri un esempio preclaro per fuggire al vezzo di volere affrontare in modo onnivoro il repertorio.

Bruno Belli.

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“DON GIOVANNI” DEGLI URLI E DEI PRETESTI.

12 Dicembre 2011 1 commento

Deludente ed irritante “Prima della Scala”.

MILANO – Basterebbe un solo aggettivo per definire il Don Giovanni che ha aperto la Stagione lirica 2011 – 2012 della Scala: brutto. Semplicemente brutto. Null’altro. Brutta l’interpretazione. Brutta la regia. E’ chiaro che devo spiegare i motivi che mi fanno ritenere un appuntamento mancato quest’edizione tanto attesa quanto deludente, poiché brutto, di per sé, può contenere diversi significati.

Lasciamo per ultimo la regia, della quale diremo ben poco, ma due parolette andranno pur spese, ora che i saccenti registi, per lo più, ci hanno riempite le tasche con le loro fandonie vacue e pretestuose.

Partiamo, pertanto, dalla musica, essendo l’interpretazione del testo il vero valore che permette il perpetuarsi dell’opera d’arte.

 

Che dire della direzione di Baremboim? Discontinua e morchiosa, roboante e inopportuna, tanto da costringere taluni cantanti – in primis la Netrebko – ad un uso quasi brado dei “fortissimo” che parte del pubblico a giustamente rimarcato. Così come qualche dissenso ha manifestato nei confronti del direttore, che legge Don Giovanni a tratti in chiave romantica, in altri momenti in “non so bene come, basti far sentire le note”. Non nuovo a queste letture (la pesantezza delle “sue” orchestre è quasi tratto proverbiale), torno a chiedermi perché il Maestro Baremboim non abbia seguitato a fare il pianista, mestiere con il quale si destreggiava senz’altro meglio.

Peter Mattei fu Don Giovanni in una fortunata edizione del 1999 ad Aix en Provence e, da allora, passa per cantante mozartiano. In realtà ha soltanto voce, ma dello stile con cui interpretare la musica del secondo Settecento non mostra nemmeno l’anticamera del propedeutico. Raramente ho ascoltato una così brutta aria dello champagne, tanto per l’urlare, quanto per la dizione.

Il Commendatore di Kwangchul Youn si apprezza per il fatto di avere poche note da cantare, ma, ahimé, abbastanza importanti verso il termine del secondo atto: transeat, ad ogni modo, giacché ben più deludente, oggi, il Leporello di Bryn Terfel. Il basso baritono è, infatti, solitamente un vocalista di tutto rispetto: soprattutto per la direzione di Baremboim è stato costretto anch’egli ha troppi sforzati, privando la parte delle mezzevoci più indicate, senza contare che ha affrontato i recitativi dimenticandosi che stava interpretando nella Patria di quella lingua, l’Italiano, che, forse, molti degli stessi spettatori mostrano di saper conoscere ben poco (mi sarebbe piaciuto ascoltare Ildebrando D’Arcangelo, messo, invece, nel secondo cast! Che lungimiranza!!!).

 

A priori, e questo è grave tanto quando avvenga il contrario, la Netrebko doveva essere brava. Lo è stata, anche se nei limiti che tale direzione le ha imposto. Senz’altro in difficoltà Barbara Frittoli, le cui asperità di Deh! Fuggi il traditor (eseguita senza il continuo del clavicembalo, necessario, invece, per porre in evidenza la voluta ironia mozartiana di una pagina di taglio tragico barocco) e i passaggi di coloratura del Mi tradì le impongono di stringere i suoni, essendo la cantante più adatta ad un repertorio squisitamente da soprano lirico. Carina l’interpretazione della Zerlina d’Anna Pohaska, misurata quella di Stefan Kocan quale Masetto, improponibile, invece, l’Ottavio di Giuseppe Filianoti, la cui intonazione fluttuante lo mette in gravissimi problemi.

Infine, la regia. Lascio correre tutto quello che Carsen ha affermato prima e dopo la rappresentazione, giacché, ora, poco m’interessa, soprattutto dopo avere subito la sua regia pretestuosa e senza alcunché di coerente, tra l’altro senza nemmeno il beneficio del primato sulla scelta dell’attualizzazione, parole che, in campo artistico, detesto e rifuggo come l’Aids. Infatti, un’opera è sempre attuale, indipendentemente dai cascami che i molti registi vi desiderano applicare, nella misura in cui l’Arte, non la di lei imitazione, sollecita delle emozioni nello spettatore.

“Il compositore vuole dire…” è l’inizio del discorso che serve a spiegare ogni scelta del regista. No, Mozart qui non vuole dire niente, perché lo dice, e basta, senza che altri debbano mettere sulla sua bocca parole che questi non ha pronunciato. 

Basti comprendere la musica e leggere le indicazioni di un libretto per servire al meglio nel rendere più efficaci le situazioni, senza voli pindarici per giustificare scelte fini a se stesse ed incongruenti con la narrazione teatrale e musicale.

 

 Bruno Belli.

JOHANN NEPOMUK HUMMEL. AT THE OPERA

Madoka Iuni, pianoforte. 1 cd NAXOS 8.572736

Interpretazione: ****

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Esponente di spicco del Biedermeier, Johann Nepomuk Hummel, figlio del direttore musicale del Teatro an der Wien, fu un enfant prodige che ebbe la fortuna di essere per due anni allievo di Mozart, quindi, per lo studio della composizione, di Salieri, dopo aver effettuato un viaggio artistico di cinque anni attraverso l’Europa, tra il 1788 ed il 1793.

Maestro di cappella in varie corti, tra cui ad Eisenstadt quale successore di Haydn, trascorse gli anni più belli a Weimar, dal 1818 fino alla morte, dove divenne amico di Goethe. Ebbe, invece, freddi rapporti con Beehtoven, essendo i due affatto differenti tanto per carattere quanto per sensibilità artistica.

Hummel quale celebre esecutore alla tastiera annoverò alcuni allievi che sarebbero divenuti tra i principali esponenti del panismo romantico tedesco: Czerny, Hiller e Thalberg.

Ad Hummel, poi, si deve il massimo contributo alla trasformazione della scuola tedesca: grazie alla chiarezza dei fortepiano viennesi, egli seppe sviluppare una scrittura delicata e modificare il timbro dello strumento. Come insegnante, poi, Hummel ha lasciato un metodo, pubblicato nel 1828, che resta ancora oggi una preziosa raccolta con eccellenti indicazioni per la diteggiatura e per gli abbellimenti. In special modo Chopin lo considerava uno tra i migliori del genere e gli attribuiva un ruolo speciale nel suo insegnamento. Sosteneva, infatti, che “Tutto consiste nel sapere bene impiegare le dita. Hummel è stato il più esperto a questo riguardo”. Alla fama di virtuoso aggiungeva quella d’improvvisatore incomparabile che si compiono proprio in quelle pagine di più ampia libertà, quali le variazioni e le fantasie su temi d’opera.

Il presente cd ne raccoglie sette esempi molto belli. Si tratta di variazioni e di fantasie su temi di Mozart, di Gluck, di Cherubini e d’alcune sue opere teatrali: virtuosismo del pianista e piacere dell’ascolto sono la cifra stilistica di questi momenti destinati tanto al concerto quanto alle riunioni serali nei salotti.

Sono caratteristiche che la pianista Madoka Inui, vincitrice del premio “Città si Stresa International Piano Competition” ed artista che la Naxos ha già impiegato per alcuni cd dedicati alla musica da camera viennese della fine del Settecento e del primo Ottocento, pone in evidenza grazie alla brillantezza del suono ed alla tecnica eccezionalmente valida: ascoltiamo momenti di contabilità solare, alternati ad eccellenti chiaroscuri esibiti all’occorrenza, soprattutto laddove sono previsti passaggi in tonalità minore.  

Bruno Belli.

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