Archivio

Archivio Novembre 2011

BAREMBOIM E DON GIOVANNI

28 Novembre 2011 Nessun commento

Il maestro all’Università Cattolica parla dell’opera che inaugurerà la Scala il 7 dicembre 2011.

MILANO – La tradizionale stagione della Scala s’inaugura il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, mentre, da qualche anno, è stata inserita dal direttore artistico Stéphane Lissner l’anteprima del 4 dicembre riservata ai giovani: appuntamento per il 2011, Don Giovanni di Mozart, una delle opere più popolari della storia e più rappresentate al mondo.

Il maestro Daniel Barembonim, che dirigerà l’opera, è stato ospitato, giovedì 24 novembre all’Università Cattolica, per l’altro appuntamento divenuto tradizionale, una presentazione storico musicale del lavoro scelto per la “prima” di Sant’Ambrogio, momento che si presenta quale dialogo diretto con la città – e, soprattutto con i giovani – grazie all’impegno della coordinatrice del corso di laurea in Economia dei Beni Culturali, Paola Fandella e d’Enrico Girardi che, da quattro anni invitano, il maestro agli eventi da loro organizzati nella sede di Largo Gemelli.

Barenboim, con ironia e con entusiasmo, ha rivelato ai presenti la passione per la composizione mozartiana che dirigerà, la serata del 7 dicembre. «Il Don Giovanni non è solo la prima opera che ho diretto, è anche la prima opera che ricordo da bambino».

Il maestro ha spiegato che in questo «dramma giocoso» c’è tutta la genialità del compositore austriaco. «Per Mozart la parola dramma non significava solo la forma dell’opera teatrale, ma assumeva il significato della vera e propria rappresentazione drammatica. La genialità Mozart sta nella capacità di riunire il comico e il tragico nella stessa opera, di avere un personaggio tragico in un contesto buffo». Tali dimensioni non sono slegate tra loro, ma tenute insieme come lo sono le parti recitative con le rispettive arie: «Questi due aspetti sono connessi in modo fluido, il primo influenza il secondo».

Il maestro ha spiegato questo concetto con un esempio. Durante le prove della stessa giornata, Peter Mattei, che canta il ruolo eponimo, dopo aver finito di cantare «La ci darem la mano» ha fatto notare al maestro la sua preferenza ad interpretarla più velocemente. Immediata la replica di Barenboim: «Hai scelto tu di cantarla così, io mi sono adeguato al tuo recitativo nell’ingresso». Sulle diverse interpretazioni della musica e dello scritto, il maestro è lapidario: «Bisogna seguire tutto ciò che Mozart ha scritto, non si può inventare. In Mozart ogni piccola sfumatura ha un senso e ciò che a prima vista può sembrare un errore in realtà non lo è».
Ma, cosa ascolteremo e vedremo, nelle prossime settimane alla Scala. Baremboim non lo rivela alla platea dell’Università, giustamente, perché Egli preferisce parlare dell’opera in sé, della musica e del libretto: l’occasione era per l’aspetto più “culturale”.

Quanto allo spettacolo, però, possiamo ricordare che la nuova produzione, molto attesa, prevede la regia di Robert Carsen, cui sono stati affidati anche Les contes d’Hoffman in scena a gennaio nell’allestimento dell’Opéra National de Paris. 

 

Don Giovanni – Prove di scena in Teatro: Anna Netrebko (Donna Anna), Peter Mattei (Don Giovanni)
Fotografia di  Marco Brescia & Rudy Amisano

Carsen cura anche le luci del Don Giovanni insieme a Peter Van Praet, le scene sono di Michael Levine, i costumi di Brigitte Reiffenstuel e le coreografie di Philippe Giraudeau. Sul podio si alternano Daniel Barenboim per le recite di dicembre e Karl-Heinz Steffens per quelle di gennaio. Il coro della Scala è preparato da Bruno Casoni.

Dodici le recite in cartellone: a dicembre 4/7/10/13/16/20/23/28, a gennaio 4/8/12/14; i prezzi vanno da 2.000,00 euro a 50,00 euro per il 7 dicembre, da 187,00 euro a 12,00 euro per le altre recite, mentre particolari condizioni sono previste per il 4 dicembre.
Doppio il cast, uno per le recite di dicembre, l’altro per quelle di gennaio:

Don Giovanni Peter Mattei
Il Commendatore Kwangchul Youn / Alexander Tsymbalyuk,
Donna Anna Anna Netrebko / Tamar Iveri,
Don Ottavio Giuseppe Filianoti / John Osborn,
Donna Elvira Barbara Frittoli / Maria Agresta,
Leporello Bryn Terfel / Ildebrando D’Arcangelo,
Zerlina Anna Pohaska / Ekaterina Sadovnikova,
Masetto Stefan Kocan / Kostas Smoriginas.

 

Don Giovanni – Prove di scena in Teatro: Barbara Frittoli (Donna Elvira), Giuseppe Filianoti (Don Ottavio) e il Coro del Teatro alla Scala. Fotografia di  Marco Brescia & Rudy Amisano

Il Don Giovanni, titolo originale Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, ricordiamo che è la seconda delle tre opere italiane che Mozart compose su libretto di Lorenzo Da Ponte su commissione dell’imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d’ Austria. Da Ponte attinse a numerose fonti letterarie; la scrisse mentre preparava, in contemporanea, anche libretti per l’ avversario di Mozart, Antonio Salieri e per il compositore Martìn y Soler.

L’opera segue Le nozze di Figaro e precede il Così fan tutte, rappresentata al Teatro degli italiani di Vienna: composta tra il marzo e l’ ottobre del 1787, quando Mozart, andò in scena al Teatro degli Stati di Praga con ottimo esito.

Non sempre facile allestirla nel modo giusto, essendo un connubio di tragico e di comico, di serio e di malizioso; nel finale, addirittura, vi è l’elemento sovrannaturale quale espressione di un costume etico superiore che interviene sull’umanità: alla Scala hanno anticipato che sarà una rappresentazione dove la regia non stravolgerà l’opera. Attendiamo il 7 dicembre.

 Bruno Belli.

 

Info: www.teatroallascala.org

 

http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2011-2012/don-giovanni.html

 

UN CAPPELLO “DI COMPLEANNO” CHE VOLA MOLTO IN ALTO.

21 Novembre 2011 1 commento

Eccellente produzione de “Il Cappello di paglia di Firenze” di Rota a Savona nel centenario dell’autore.

SAVONA – Farsa musicale in quattro atti, “Il Cappello di paglia di Firenze”, tratto da Labiche su libretto scritto con la madre Ernesta, è considerato il capolavoro teatrale di Nino Rota che, così ricordava, era stata composta quasi per divertimento nel 1944-45, l’opera andò in scena per la prima volta il 21 aprile del 1955 al Teatro Massimo di Palermo, per volontà dell’allora sovrintendente Simone Cuccia. Riuscì, infatti, a convincere un riluttante Rota a concludere l’opera e a presentarla al pubblico. Il successo della prima fu mirabile ed il lavoro fu più volte ripresa in Italia e all’estero. 

 

Ed, in effetti, tra i lavoro teatrali del compositore, tutti d’altro livello, questo “cappello” sovrasta la produzione per freschezza, eleganza, ingegno: il cavallo si mangia il cappello di paglia di una gentile adulterina e la miccia è innescata, tramite una follia organizzata (cito, non a caso, un’espressione che Stendhal utilizzò per L’Italiana in Algeri di Rossini) che sollecita la comicità genuina ed irresistibile frutto di un meccanismo teatrale perfetto.

Come già scrissi alla presentazione della stagione 2011 dell’Opera Giocosa di Savona, dobbiamo da rendere merito – anzi, levare tanto di cappello – alle maestranze del teatro ligure. L’allestimento appartiene alla Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari e la realizzazione è una coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, Teatro Sociale di Rovigo.

Si tratta di uno spettacolo divertente, fresco, calzante tanto ai tempi teatrali, quanto a quelli musicali, creato falla regia scoppiettante di Elena Barbalich, che ha saputo plasmare azioni e movimenti puntuali, riportandoli ad una pellicola cinematografica, in modo per nulla casuale, trattandosi di un lavoro di colui che fu anche il maestro della musica per pellicola. 

 

Scene e i costumi di Tommaso Lagattolla s’ispirano anch’esse, infatti, al cinema degli anni venti, il tutto inserito in una cornice ideale, che contiene un rappresentativo ambaradan di pianta alla Hellzapoppin, barboncini di peluche e così via.

A proprio agio, e pertinente, il numero di interpreti: Leonardo Cortellazzi (Fadinard), spiritoso, simpatico, ottima presenza scenica, voce interessante, Manuela Cucuccio (Elena), Annamaria Sarra (Anaide), Marianna Vinci (Baronessa), Domenico Colaianni (Nonancourt), Filippo Fontana (Beaupertuis), Simone Alberti (Emilio), Stefano Consolini (Zio Vezinet), Silvia Giannetti (La modista), Roberto Covatta (Felice). Tutti interpreti affiatati alle prese con scioglilingua nello stile rossiniano  con cantabili in forma parodistica dell’opera seria.

Il direttore Giovanni Di Stefano ha condotto con arte l’Orchestra Sinfonica di Sanremo nel gioco delicato, in quest’opera affatto complesso, tra palcoscenico e “golfo mistico”, coadiuvato anche dall’ottimo coro “Aslico Circuito Lirico Lombardo”, il tutto condito da meritatissimi applausi e da entusiasmo da parte del pubblico presente, calibrato da esponenti di svariate età.

 Bruno Belli.

Foto realizzate dal fotografo di scena Luigi Cerati

LA DONNA SI PERDE SUL LAGO ACQUITRINOSO DELLE VOCI.

14 Novembre 2011 Nessun commento

Altalenate edizione de “La Donna del lago” alla Scala.

MILANO – In scena fino al 18 novembre, alla “prima”, è stata un grande successo La donna del lago, allestita alla Scala, con ben dieci minuti d’applausi alla chiusura del sipario. Si tratta di un’edizione realizzata in coproduzione con l’Opera di Parigi e la Royal Opera House di Londra (ha debuttato nella capitale francese nel maggio 2010), alla quale ho assistito per una replica, così da potere ascoltare la musica e vedere la messa in scena, senza quella fibrillazione che aveva invaso i melomani per l’attesa d’interpreti adusi al canto rossiniano, Joyce Di Donato (Elena), Juan Diego Florez (Giacomo V), Daniela Barcellona (Malcom), John Osborne (Rodrigo). 

 

La donna del lago (Atto II)

La direzione è affidata a Roberto Abbado, la regia a Lluis Pasqual, le scene ad Ezio Frigerio, i costumi d’epoca a Franca Squarciapino.  
L’ultima volta alla Scala risale al 1992, per la direzione di Muti ed Herzog alla regia.

Lo spettacolo di Pasqual, visto da parte della stampa parigina suscitò alcune perplessità: è d’ambientazione neoclassica, con colonne e capitelli. Ben poco da dire, sulle scene, se non che sono abbastanza eleganti, ma la regia – e la stessa ambientazione – si adagiano in una monotonia che fa sembrare l’opera un oratorio. Già Rossini ha idea della musica idealizzata, pertanto, meglio sarebbe giocare nella regia alcuni spunti che rendano il teatro veramente vivo, altrimenti tanto vale proporre un’esecuzione in forma di concerto, sempre che i cantanti riescano a catalizzare, grazie alle loro doti, ed alla musicalità, il massimo interesse da parte del pubblico. Ma, proprio i cantanti non sono tutti all’altezza del ruolo, per un’opera di grande difficoltà, concepita sulle doti della compagnia che Barbaja aveva scritturato “ad interim” al San Carlo di Napoli.

Juan Diego Florez stella incontrastata all’opera, nel panorama lirico odierno, limitatamente al repertorio, non conosce rivali. La parte di Giacomo V, pensata da Rossini per tenore contraltino Giovanni David, costituisce un temibile banco di prova per le capacità tecniche del cantante, spinto sovente a restare in tessitura molto acuta. Florez cesella ogni frase, lo slancio con cui si cimenta nei passaggi d’agilità, gli acuti ed i sovracuti (fino al re naturale, in aggiunta ai molti do), il legato dei cantabili, procedono con apparente disinvoltura, dovuta, invece, ad un lavoro tecnico sempre controllato.
Joyce DiDonato esibisce un timbro argenteo, adamantino e luminoso, sebbene, nell’emissione tensioni e durezze si fanno sentire, quasi a testimoniare una precoce stanchezza vocale. Daniela Barcellona si presenta al pubblico con il recitativo Mura felici che realizza con voce ampia e vellutata, legata ad un fraseggio morbido e vario. Quello che mi ha lasciato perplesso, invece, è l’interpretazione alcune frasi musicali affrontate con un piano che, in disco, può anche risultare di grande effetto ma che, in teatro, non ottiene punto effetto, finendo con la difficoltà dell’ascolto. Altrove, la cantante appare stanca: nel duetto con Elena, dove, peraltro, i due timbri tendono ad uniformarsi in alcuni passaggi, causando una spiacevole monotonia, la Barcellona fatica realmente ogni qual volta deve passare dal grave all’acuto.

 

La donna del lago (Atto II): Joyce DiDonato (Elena), Juan Diego Flórez (Giacomo V)

Michael Spyres esibisce un canto acrobatico spericolato, ma molto incerto per tenuta e discutibile nell’interpretazione. Sarà meglio che cerchi di contenere certe spavalderie vocali brade, per non bruciare la possibile carriera.
Balint Szabo, come Duglas, possiede voce di basso non molto sonora e corta nel registro grave, ma si disimpegna in modo sufficiente. Come inesistenti le parti di fianco.Ottima la prova di Roberto Abbado assecondato da un’orchestra particolarmente attenta, e del coro scaligero come sempre benissimo preparato da Bruno Casoni.

 Bruno Belli.

CLASSICA EXPO’ ROMA – MOSTRA DEGLI STRUMENTI MUSICALI

Classica Expo’ Roma in programma dal  2 al 4 dicembre 2011
presso l’Auditorium del Seraphicum Via del Serafico 1 (zona Eur).


Classica Expo Roma, una vera e propria mostra mercato di strumenti musicali, nata dall’esigenza di offrire un maggior spazio all’arte musicale in genere e all’organologia in particolare. I vari espositori, che vanteranno la presenza dei migliori maestri liutai, saranno di gran lunga superiori rispetto alle precedenti edizioni, indice questo di una maggior richiesta anche da parte del pubblico, di addetti ai lavori e non, che accorre sempre più numeroso.
Dunque un’iniziativa importante e sicuramente unica nell’Italia del centro-sud, indicativa anche di una crescente sensibilizzazione verso l’arte musicale, l’artigianato, ma ancor più verso la cultura in genere.

Nell’ambito della Classica Expo Roma saranno esposti:

Strumenti antichi originali e riproduzioni
Strumenti a tastiera
Liuteria antica e moderna
Strumenti a fiato
Accessori
Editoria musicale ed etichette discografiche

MOSTRA AD INGRESSO LIBERO

PROGRAMMA CULTURALE

La Mostra sarà affiancata da eventi di alto livello: concerti, masterclass, seminari che creando un’atmosfera unica, coinvolgeranno numerosi musicisti e operatori del settore.

PROMOZIONE e COLLABORAZIONI

Le attività di promozione saranno svolte a livello internazionale e sono state attivate molteplici collaborazioni con Istituzioni sia pubbliche che private, come Conservatori, Fondazioni e Istituzioni Musicali.
Inoltre, Classica Expo sarà contenitore di altri avviati Festival Musicali.

Info: www.classicaexporoma.com     Email: classicaexpo@gmail.com

CARL CZERNY, Lettere ad una giovane fanciulla sull’arte di suonare il pianoforte.

Prima traduzione italiana in epoca moderna a cura di Maria Chiara Mazzi e Margherita Pierantoni.

Pardes Edizioni, 2007. Pagg. 118.

Euro 10,00.

Acquista il libro su IBS al prezzo di Euro 8,80

Prezioso piccolo grande libro questo di Carl Czerny, che tutti coloro che si siano accostati allo studio del pianoforte conoscono come autore del metodo che ha fatto sudare qualche generazione di pianisti, dilettanti (nel senso nobile del termine) e virtuosi da concerto.

Ebbene, queste preziose “lettere” rappresentano una mirabile integrazione allo studio dello strumento, scritte da un solido conoscitore dell’arte di suonare il pianoforte e di interpretare la musica.

Pubblicate in Inghilterra nel 1837, queste Letters to a young lady, on the art of playing the pianoforte from the earliest Rudiments to the Highest State of Cultivation, sono l’espressione pratica dell’esperienza didattica un musicista insegnante di 46 anni che, in modo fittizio, suggerisce ad una giovane inglese alcuni accorgimenti con i quali mettere a frutto gli insegnamenti dell’attuale maestro. Non è casuale, poi, la scelta del nome Cecilia, essendo Santa Cecilia patrona della Musica e dei Musicisti.

Il valore di tale piccolo volume è, pertanto, rappresentato dall’amabile tono con il quale Czerny si rivolge alla giovane, impartendo, in realtà, quei principi fondamentali senza i quali sarebbe impossibile suonare lo strumento in modo scorrevole e piacevole. Si tratta di un testo che si rivolge a tutti i principianti, ma che rimane fondamento del pianista più esperto. Esso rappresenta un’integrazione eccezionale all’altrettanto irrinunciabile metodo, giacché tuttora la tecnica da acquisire per suonare il pianoforte non è mutata dal secolo XIX.

Sorprenderà, senz’altro, la scorrevole, semplice, ma efficace arte di impartire i principi dello strumento, fatto che suggerisce della figura di Czerny tutt’altro aspetto di quello arcigno che lo studente s’immagina, quando, in modo graduale, dai primi esercizi giunge al temibile volume L’arte di rendere agili le dita, che è poi necessaria per “muoversi” sulla tastiera.

Non si tratta, pertanto, solo di un documento dell’epoca nella quale si sviluppò l’arte del dilettante borghese nel salotto, ma il vivo metodo di un pianista che, allievo di Beethoven, poi, maestro, tra gli altri, di Liszt, mette a disposizione dei pianisti futuri la sua eccezionale esperienza di concertista ed insegnante.

Leggere queste dieci lettere che seguono il percorso di un allievo in circa un triennio permette di imbattersi in taluni principi che parrebbero così ovvi da dimenticarsene sovente, ma che, ritrovarli scritti, divengono un memorandum piacevole ed, al tempo stesso, proficuo.

Mi piace solo riportare, qualche piccolo passo, a titolo d’esempio, anche per offrire l’eccellente traduzione offerta dalle curatrici Maria Chiara Mazzi e Margherita Pierantoni.

Dalla seconda lettera, “Sul tocco e sul modo di suonare il pianoforte”: “Dovete innanzi tutto sapere, signorina, che le cinque dita non sono affatto uguali tra loro per la forza naturale. Per esempio, il pollice è molto più forte di alcune altre dita, l’indice è molto più forte del mignolo e l’anulare, al contrario, è quasi in ognuno il più debole di tutte. Il pianista, però, deve sapere come dosare queste differenze di forze in modo tale che, nell’esecuzione delle scale, tutte le dita colpiscano i tasti con perfetta uguaglianza”.

Dalla quinta, “Sulle tonalità, su come studiare un brano, su come suonare in presenza di altri”: “Molti esecutori non completamente preparati pensano che ogni brano verrà bene se inizieranno l’esibizione con un pezzo difficile di un qualche compositore celebre. Facendo questo non fanno onore né alla composizione né a loro stessi, ma si espongono soltanto al pericolo di scatenare noia e (nel migliore dei casi di essere applauditi per educazione e compassione e poi di essere criticati e derisi alle spalle. Infatti, le persone si arrogano il diritto di criticare persino i dilettanti se non ricevono piacere nell’esecuzione.

Così molti pianisti, che sarebbero stati buoni esecutori, hanno perso la loro reputazione musicale ed ogni fiducia futura in loro stessi a causa della scelta inadeguata dei brani da suonare”.

E, nella stessa lettera, più sotto si legge una verità che, sovente, non è considerata tanto da alcuni musicisti, tanto da coloro che organizzano concerti: “…dovrete, se possibile, suonare sempre sul pianoforte sul quale vi siete esercitata, perché uno strumento la cui tastiera sia molto più leggera o molto più pesante di quella alla quale si è abituati può confondere davvero molto l’esecutore”.

Si potrebbe seguire, ma sarà sorprendente leggere direttamente questo testo che non dovrebbe mancare nella biblioteca d’ogni studente e virtuoso del pianoforte.

Bruno Belli.