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Archivio Settembre 2011

PIERRE-ALEXANDRE MONSIGNY: LE DESERTEUR

16 Settembre 2011 Nessun commento

Sharo, Labelle, Monoyios, Newmann, Galvin, Boutté, perry.

Orchestra dell’Opera Lafayette, Ryan Brown.

2 cd Naxos 8660263-64.

Interpretazione: ****

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monsigny

Sono alcuni anni che il mondo musicale teatrale, concertistico e discografico si sta interessando, dopo una fioritura negli anni Sessanta del XX secolo, alla produzione francese coeva alla scuola classica viennese: ritengo che sia un grande bene.

Tale produzione, infatti, è vasta ed articolata, ma, soprattutto, presenta pagine di notevole valore: il conoscerla direttamente giova perché permette di sperimentare quale genere di scambio fosse intercorso tra i due stati che, ricordiamo, fino al 1789 erano legati diplomaticamente anche dal matrimonio tra Luigi XVI e Maria Antonietta d’Asburgo. Tutti sanno che numerosi compositori operanti a Vienna si recavano a Parigi, nella loro vita, perché il debutto e l’eventuale affermazione parigina significavano il riconoscimento europeo a livello artistico.

I compositori francesi, e franco belgi, invece, a Vienna si recavano difficilmente, ma avevano diretti scambi epistolari e di composizioni con i loro colleghi. Mozart, ad esempio, stimava molto Gretry (una copia della partitura di Zémire et Azor fu trovata tra i pochi oggetti che egli lasciò in eredità a Kostanze), mentre annotava che Gossec, nelle sinfonie, era un artista “artigianale”: di là dei giudizi mozartiani, che possono essere anche “rivisti”, il fatto dimostra che la conoscenza delle due “scuole” era tutt’altro che mediocre.

Infine, soprattutto per la produzione teatrale, sarebbe difficile pensare all’opera di Cherubini e di Spontini ignorando i precedenti – e contemporanei – citati, oltre a Leseurer, Mehul, Dalayrac e Monsigny. Elementi della musica strumentale francese trasmigrano, poi, nelle sinfonie e nella produzione da camera tramite forme come il rondò e l’aria, anche se, su questo terreno le peculiarità delle due scuole si mantengono ben definite.

L’opera presentata dalla Naxos, Le Déserteur di Monsigny non è, senza dubbio, un capolavoro assoluto del genere, ma è utile per confrontare direttamente una pièce a sauvètage, con opere che ad esso s’ispiravano. La fidanzata che salva dal carcere il giovane che ama, è tema legato a quell’“amore coniugale” che Cherubini espresse con Lodoiska e che Beethoven perfezionò prima in Leonore, poi nella versione Fidelio e che negli stessi anni ispirava a Mayr, sceso dalla Baviera in Italia, l’atto L’amor coniugale, tratta sempre da De Bouilly.

Il pregio di Monsigny sta, come per la maggior parte dei di lui francesi coevi, in temi semplici e spontanei, molto cantabili e “facili”, essendo destinati allo spigliato ed agile genere dell’opèra-comique, espressi in pagine di piccole e medie proporzioni, sebbene la partitura annoveri un interessantissimo terzetto fugato nel secondo atto.

La gradevolezza dell’opera respira nell’edizione che brilla per l’agevole direzione di Ryan Brown, il quale ha rivisto le fonti sull’edizione Choudens, assecondato dagli ottimi complessi dell’“Opera Lafayette” e da cantanti che interpretano con molto gusto tanto i ruoli quanto le pagine musicali a loro affidate.

Bruno Belli.

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PER ROSSINI VA IN SCENA IL TAFFERUGLIO

5 Settembre 2011 Nessun commento


rof2011PESARO – Spiacerebbe pensare che la trentaduesima edizione del Rossini Opera festival sia ricordata soltanto per la notizia – certamente appetibile ed opportunamente riportata anche da numerosi quotidiani – dell’intervento della polizia durante la prima rappresentazione del “Mosè in Egitto” all’Adriatic Arena, la sera dell’11 agosto per sedare tafferugli. Invero, quest’edizione pesarese si è dimostrata in parte mancata.

Eccezione fatta per “La Scala di seta”, l’unica esecuzione degna del nome che il Festival si è meritato nel tempo, già l’“Adelaide di Borgogna” del 10 agosto non ha entusiasmato ed è stata frutto di contestazioni “artistiche” che hanno creato un clima apprensivo per il titolo più atteso, il capolavoro napoletano di Rossini, scritto nel 1818 e ripreso, con l’aggiunta del gioiello “Dal tuo stellato soglio” nel 1819, il “Mosè in Egitto”.

moserof2011cOpera splendida, cara in particolar modo a Rossini, che la elaborò per Parigi nel 1827 creando quel “Moise et Pharaon” che sarebbe rimasto in repertorio come semplice “Mosè” nella traduzione italiana di Callisto Bassi, l’azione è la trasposizione del racconto biblico delle piaghe d’Egitto e dell’Esodo.

Chiamare Grahm Vick per un’opera non è come affidarsi al mestiere di Zeffirelli, giacché Vick ha già fatto ricorso, di volta in volta, a masturbazioni, cessi in apertura di sipario, Don Giovanni eroinomani che si “fanno la pera” in scena ed altre amenità coprofile. Perché lo faccia? La solita panzana dello “scuotere le coscienze”, che di solito, produce solo sonori fischi. Ma se tette al vento o peni in bella mostra suscitano semplici fischi e mugugni contro il regista che, evidentemente, ne gode per una qual inclinazione al masochismo, questa volta, dopo un “Moise” apprezzato, invece, nel 1997, egli “sfora” il sopportabile. Il probmoserof2011blema sta in una data storica con la quale il futuro farà sempre i conti: l’11 settembre 2001. Dopo tale spartiacque gli equilibri mondiali sono saltati: massima forzatura, tanto storica, quanto religiosa, così è volere accostare Mosè a Bin Laden. Né vale la scusa di “grido di dolore contro il terrorismo e le guerre fatte nel nome di dio”, come ha affermato il Sovrintendete Mariotti.

Mosè e gli Ebrei erano “vittime” che, Dio imperante, si riscattano, anche se agli Egiziani saranno inflitte pene insopportabili (ma gli Dei, giova ricordare, posseggono, in tutte le religioni storiche, la facoltà dell’ira e della punizione, perché tali caratteristiche “emanano” la necessità per l’uomo di dotarsi di regole e di leggi). Bin Laden è, invece, il motore di una volontà di “oppressione” verso coloro che egli considera “infedeli”.

moserof2011aPertanto, pessima idea per un’edizione, ad ogni modo, per nulla memorabile sul piano musicale, con un protagonista, Riccardo Zanellato, che Mosè non lo vede neppure dal basso, una sfibrata Sonia Ganassi (Elcia) sempre in lotta con la tessitura acuta, un Dmitry Korchack (Amenofi) che crede che cantare sia una perenne emissione “forte” allo stato brado. Il tutto contornato dalla consueta “direzione a martello” di Roberto Abbado. Su tale desolazione il solo ottimo Alex Esposito che, nella parte di Faraone, si mantiene a perfetto agio.

Poco meglio per l’“Adelaide” d’apertura che può essere ricordata per l’ottima interpretazione che Daniela Barcellona ha donato ad Ottone e per un pubblico impietoso nei confronti dei cantanti, tra i quali capro espiatorio è stato il giovane tenore Bogdan Mihai, subissato di mugugni a scena aperta, contestazioni non meritate, in realtà, perché il tenore possiede buona musicalità e discreta emissione ed è da elogiare anche per il coraggio di mantenersi in scena di fronte a spettatori così pretestuosamente accaniti.

Bruno Belli.