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LA MISSA SOLEMNIS DI BEETHOVEN – Prima parte

di Filiberto Pierami 
dal sito
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La Missa Solemnis in Re maggiore, Op. 123, fu composta da Ludwig van Beethoven tra il 1819 e il 1823 ebbe la prima esecuzione assoluta il 7 aprile 1824 a San Pietroburgo. Dedicata all’amico ed allievo del compositore, il Cardinale ed Arciduca d’Austria Rodolfo d’Asburgo-Lorena, è considerata il suo capolavoro. Lo stesso Beethoven la definiva il suo lavoro migliore e, benché non sia riuscita a raggiungere la popolarità di gran parte delle sinfonie o delle sonate, la potenza della musica beethoveniana è in essa pienamente rappresentata.

È la seconda messa musicata da Beethoven: la prima, la quella in Do Maggiore Op. 86, scritta anni prima su commissione del principe Esterházy, è sicuramente più in linea con la tradizione della messa derivante dalle precedenti esperienze nello stesso genere lasciateci da Haydn ed Hummel, ma presenta, rispetto ad esse, nuovi, forti e caratteristici accenti con novità linguistico-espressive di grande portata. Le dimensioni tuttavia, soprattutto temporali, la rendono liturgicamente eseguibile, rispetto all’enormità della Missa Solemnis che, considerata la sua complessità e la sua durata, pur essendo musica sacra, è di fatto difficilmente proponibile nella sua veste liturgica.

Secondo i progetti e le lettere del compositore, sembra che egli abbia iniziato il lavoro preliminare sulla Missa Solemnis all’inizio del 1819, appena seppe che il suo allievo sarebbe divenuto Cardinale di Santa Romana Chiesa e, in cuor suo, subito nacque l’idea di una messa da fare eseguire durante la cerimonia di intronizzazione. Questo solo in apparenza può sembrare in contraddizione con la data ufficiale dell’annuncio, da parte del Papa (venuta dopo i primi mesi del 1819) dell’elevamento alla porpora cardinalizia dell’Arciduca, ma è altamente probabile che la notizia della nomina sia circolata nella cerchia degli intimi amici dell’illustre personaggio della famiglia imperiale, della quale il compositore faceva parte, già diversi mesi prima dell’annuncio pubblico.

Beethoven, messosi all’opera, compose probabilmente durante il 1819 e il 1820 il Kyrie ed il Gloria e nel mese di agosto 1821 lo vediamo impegnato a lavorare sul Credo, sino al completamento della messa nell’agosto 1822.

Tra i primi due pezzi dell’Ordo Missae e gli ultimi tre, vi è una significativa rottura stilistica: il Kyrie e Gloria sono scritti in uno stile più classico, mentre il Credo, Sanctus e, direi, soprattutto l’Agnus Dei e sono pagine molto più drammatiche che esulano dalla tradizionale musica liturgica austro-ungarica.

Una descrizione fattane dall’emolus beethoveniano, il pedante Schindler, sentiamo il compositore, durante la composizione del Credo:

"nel salotto, dietro una porta chiusa, cantando parti della fuga nel Credo". Continua poi Schindler: "Poi la porta si aprì e Beethoven era davanti a noi con caratteristiche distorta, con una espressione da fare paura. Ci guardava come se fosse stato impegnato in un mortale combattimento con tutta la schiera di contrappuntisti, suoi eterni nemici".

Inutile dire, a questo punto quando Papa Pio VII elevò al rango cardinalizio l’Arciduca Rudolf Johannes Joseph Rainier von Habsburg-Lotharingen, il 4 giugno 1819, la Missa Solemnis era al di là dal divenire opera compiuta e la cerimonia di intronizzazione nella Cattedrale di San Venceslao di Olmütz (oggi Olomouc, nella Repubblica Ceca) si celebrò senza la messa beethoveniana.

L’organico che utilizza il compositore è composto da una grande orchestra (formata da 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 2 trombe , 3 tromboni e timpani), organo, coro a 4 voci miste e 4 solisti (soprano, alto, tenore e basso).

La Missa Solemnis, come tutte le Messe cattoliche, è composta dalle cinque parti invariabili dell’Ordo (eccetto particolari momenti dell’anno liturgico come la Quaresima durante la quale non viene cantato il Gloria), e da quelle variabili del Proprium:

  • I. Kyrie II. Gloria III. Credo IV. Sanctus (*) Qui il compositore collega il Sanctus dal Benedictus tramite un mirabile Praeludium con Violino obbligato
  • V. Agnus Dei

Per Beethoven, uomo che lotta e soffre in un tempo di cambiamento era evidentemente una necessità interiore creare una grande messa.

Lo afferma Benedetto XVI in un video messaggio in tedesco per la Missa solemnis di Ludwig Van Beethoven, eseguita nel Duomo di Colonia, nel quadro della preparazione della Giornata Mondiale della Gioventu’. Grande amante della musica classica, il Pontefice sottolinea come la messa di Beethoven sia una toccante testimonianza di fede.

"La Missa Solemnis non e’ musica liturgica in senso proprio, ma anche la fede della Chiesa ora non è più presente come fatto ovvio. Se l’uomo sta davanti a Dio la sola parola non gli basta. Come in generale l’amore e la sofferenza spezzano i confini delle sole parole e cercano un’espressione che abbracci anche l’indicibile, così e’ pure per l’incontro con Dio, in cui l’uomo vuole andare aldilà di se stesso.

Le parole della preghiera dell’uomo diventano ora vie della lotta per Dio, della passione per Dio e per se stessi. In questo senso la Missa solemnis è una toccante testimonianza sempre nuova di una fede che cerca, che non si lascia sfuggire Dio e che attraverso la preghiera dei secoli lo raggiunge nuovamente." (Benedetto XVI, Città del Vaticano, 31 luglio 2005)

Ci possiamo figurare a messa Mozart, vestito da chierichetto, mentre sbeffeggia il prete per le castronate dette nella predica; Haydn lo immaginiamo nelle panche davanti all’altare, seduto vicino alle autorità, con lo sguardo un po’ scettico, ma rispettoso. Persino Schubert lo vediamo in chiesa, anche se forse non di domenica – di sicuro non in Duomo, piuttosto in una parrocchia di periferia, mentre volentieri immaginiamo Bruckner all’organo di Sankt. Florian. Beeethoven, no! È arduo immaginarlo alle prese con i sacramenti della Confessione e della Comunione. Egli incarna il tipo del mangiapreti, pronto a sommergere di improperii e di ingiurie irripetibili un povero Don Abbondio che avesse a capitargli per le mani.

Attenzione però: Dio non c’entra in questo discorso, perché Beethoven non era affatto un miscredente. Anzi, il problema del sacro fu per lui un tema dominante, che ha attraversato in varie forme l’intera sua opera. Se non riusciamo a figurare Beethoven come un cristiano osservante, ligio alla disciplina cattolica in cui fu cresciuto, ciò dipende dal fatto che con lui si manifesta nella storia della musica quella tendenza alla secolarizzazione della religione che in Francia aveva preso le mosse dalla Rivoluzione ed in Germania dalla filosofia dell’idealismo.

Secondo questi liberi pensatori, la Chiesa, con i suoi riti, i suoi simboli, i suoi stessi Sacramenti, di fatto era ancorata ad una fase immatura della civiltà, a un’epoca in cui il popolo aveva bisogno di simboli semplici e ingenui per comprendere la questione religiosa e per formarsi un concetto di Dio. Il mondo contemporaneo, di cui la filosofia incarnava la modernità, non aveva più bisogno di quel vetusto apparato di liturgie per entrare in dialogo con il divino. E Roma vedeva minacciata la sua autorità spirituale in modo subdolo e pericoloso dal diffondersi di questa cultura nuova, con la quale non riusciva a entrare in sintonia.

Nemmeno il luteranesimo, da parte sua, dopo le lezioni di estetica di Hegel all’Università di Berlino, se la passava meglio. La musica, elemento cruciale della liturgia sia cattolica che protestante, fu la prima a fare le spese della crisi d’identità in cui versava la chiesa all’inizio dell’Ottocento. Un tempo primaria fonte di reddito per la maggior parte dei musicisti, la musica sacra in Austria aveva cominciato a decadere verso la fine del Settecento, quando molte cantorie furono chiuse per ordine dell’Imperatore. Inaridita dalla mancanza di autentiche voci creative, la produzione di messe e di brani liturgici si allontanava sempre di più dalla parte più viva della musica del suo tempo, salvo rare e problematiche eccezioni.

Il più clamoroso di questi unicum, manco a dirlo, fu la Missa Solemnis di Beethoven. Eccessivo in tutto, Beethoven non frequentava preti, ma arcivescovi, destinanti a divenire Cardinali di Santa Romana Chiesa, come l’Arciduca Rodolfo. Quando Beethoven seppe che il suo allievo sarebbe diventato Cardinale per volontà di Pio VII (il Papa gli impose infatti il galero cardinalizio il 4 giugno 1819 in San Pietro) gli balenò subito in mente di offrirgli una grande messa da eseguire il giorno della sua intronizzazione nella Diocesi di Olomouc (città di grande tradizione storica oggi appartenente alla Repubblica Ceca).

Pagine della partitura originale (Staatsbibliothek, Berlin)

La partitura però, che doveva essere pronta per la cerimonia prevista per l’estate 1819, fu terminata solo sei anni dopo, nel 1824. Il Cardinale ricevette però, seppur in ritardo, in omaggio un’opera di profondità spirituale senza precedenti e discendenti. Il confronto con Dio, nella Missa solemnis prescinde in sostanza dalla mediazione della Chiesa. In questa musica visionaria e grandiosamente immobile, come una montagna spirituale, l’anima dell’uomo s’interroga senza posa sulla sua natura e su ciò che significa la presenza di Dio nella nostra vita.

Nella partitura originale, Beethoven scrive la frase: Dal cuore possa andare ai cuori. Egli fa emergere una grandiosa visione dell’universo in una forma carica di tradizione e di storia in cui si avverte un dissidio tra la dimensione della polifonia antica e quella di una religiosità intima che riesce ad esprimere in un linguaggio nutrito di Lied e di corale. Il fulcro è l’ uomo che lotta e soffre in un tempo di cambiamento e non ha caso Papa Benedetto XVI la ha chiamata una toccante testimonianza sempre nuova di una fede che cerca, che non si lascia sfuggire Dio e che attraverso la preghiera dei secoli lo raggiunge nuovamente.

L’interrogativo se la Missa Soleminis sia o meno un’opera liturgica è, in tutti i casi, da chiarire. Sicuramente Beethoven, l’aveva ideata per una fastosa cerimonia liturgica quale può essere l’intronizzazione di un Cardinale nella propria Diocesi, ma oggi, ciò sarebbe possibile?

Direi di no: la funzione della musica sacra, vale a dire l’attiva partecipazione alla solennità della messa, non è più conciliabile con un’odierna esecuzione in un concerto o in un festival . Ciò vorrebbe significare infatti che ciascun cantante, ciascun membro dell’orchestra, si venga o trovare per così dire a prendere parte consapevolmente al fulcro della liturgia cattolica, che in un mondo secolarizzato come il nostro creerebbe sicuramente dei problemi.

Ritengo che al giorno d’oggi sia problematico eseguire una simile composizione all’interno della Messa. Al tempo di Beethoven era diverso: allora per tutti i musicisti, la Messa domenicale in latino rappresentava una componente normale sia della loro attività professionale, sia della loro religione. Già Beethoven stesso fece sì che parti della Missa Solemnis fossero eseguite in una sala da concerto: si sa infatti che tre parti della messa, ossia Kyrie, Gloria ed Agnus Dei furono eseguite il giorno della prima esecuzione della Nona Sinfonia.

Per Beethoven ciò che contava era di presentare a Vienna l’opera, o quanto meno parti di essa. Ma poiché era severamente vietato eseguire anche solo delle parti della messa in un ambiente laico, Beethoven ha dovuto corredare queste parti di un testo in tedesco. Se si rispetta veramente il servizio divino, non è possibile semplicemente «presentare» queste forme, intrinsecamente religiose, dentro un’istituzione religiosa. Mi sembrerebbe infatti di fare come un turista che va nell’Africa centrale e che osservi i riti sacri delle popolazioni locali come una manifestazione folkloristica. Oggi si ha un rapporto completamente diverso con tutte le cose della religione.

Questa messa è stato scritta per l’uso all’interno della chiesa. L’occasione della composizione è venuta a Beethoven dalla cerimonia di insediamento a cardinale e arcivescovo di Olmütz del suo amico Arciduca Rodolfo.

«Il giorno in cui una mia messa solenne dovesse venire eseguita per le festività di Sua Altezza Imperiale, sarà per me il più bello dello mia vita – scrive Beethoven all’inizio del 1819 – e Dio mi illuminerà, così che le mie deboli forze siano in grado di contribuire alla glorificazione di questo giorno solenne … »

Permesso scritto dato da Beethoven all’editore Schott per la pubblicazione 
della Nona sinfonia e della Missa solemnis, 22.01.1825

Finora il contesto liturgico della Missa solemnis è stato radicalmente messo in discussione. Beethoven infatti tocca così velocemente le parole «Credo in unam sanctam, catholicam et apostolicam ecclesiam», che questo fatto è stato interpretato come una prova dell’atteggiamento di critica di Beethoven nei confronti del cattolicesimo o addirittura come un’espressione di dubbio verso la chiesa in generale.

Beethoven scrive molte parti della messa dilatando oltre modo la durata del testo, ma nel caso di passaggi porticolarmente intensi, dove evidentemente voleva una trasposizione altrettanto intensa della comprensione del testo, fa pronunciare le parole molto velocemente, perché solo in questo modo è possibile capire effettivamente queste frasi.

«Credo in unam sanctam catholicam et apostolicam ecclesiam». Il tenore conta il testo in un registro vocale nel quale può pronunciare le parole in maniera molto chiara. Le altre voci commentano nel frattempo: credo, credo, credo. Beethoven conosceva assai bene il significato dei testi e sapeva anche che in questo caso «catholicam» non significa la chiesa di Roma, ma la chiesa «universale», come del resto è anche il caso della Messa in si minore di Bach.

Beethoven inoltre ha scritto nella partitura del Credo: «Dio sopra tutto – Dio non mi ha mai abbandonato». Nessun ateo parlerebbe in questa maniera. Questo voler distinguere a ogni costo se Beethoven era o non era fedele alla chiesa, mi sembra veramente privo di senso. Il problema non è infatti se l’autorità del Papa venga riconosciuto da Beethoven oppure no, il problema è piuttosto se un ateo possa scrivere una Messa. Sappiamo troppo poco della religiosità di Beethoven. Conosciamo molte sue dichiarazioni in proposito della sua fede in Dio, che deve essere stata molto forte. Beethoven ha espresso una grande fiducia e una sorta di amore in Dio quasi infantile. Quanto ciò fosse conforme alla dottrina della chiesa, non è però dato di saperlo.

Ancora, comunque, è aperta vi è la questione di sapere se la Missa Solemnis sia destinato a essere eseguita liturgicamente o no: io credo che data la sua estrema complessità e la sua lunga durata questo sia possibile solo in un eccezionale evento: sotto l’attuale pontificato, così sensibile alla musica, la si potrà forse sentire. E non dimentichiamoci che Beethoven concepì le sue due messe per la Messa che è conosciuta con il nome di Messa di San Pio V, il cui rito secolare è uscito prepotentemente al di fuori del limbo nel quale la riforma montiniana l’aveva rinchiuso per merito del Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Il dubbio di come l’esile e liturgicamente fragile struttura della Messa Novus Ordo possa reggere ad opere di ispirazione ed ingegno così alte, abituata come è a "canzoni" degne di Sanremo e di grandi ammucchiate sonore nazional-popolari di cui sono così bravi musicisti come Mons. Frisina ed altri suoi emuli, esiste e fa riflettere.

Tuttavia, occorre affermare che Beethoven ebbe veramente intenzione di potere fare eseguire la sua composizione in occasione dell’intronizzazione dell’Arciduca, ma il lavoro gli prese mano e, in vita sua, poté ascoltare (si fa per dire perché oramai era sordo) tre brani della sua Missa Solemnis, occasionalmente trasformati per intervento della censura (che non consentiva di utilizzare in teatro musica sacra) la sera del maggio 1824 in occasione della prima della Nona Sinfonia

Per finire questa prima parte, possiamo senz’altro affermare che esistono diversi argomenti di discussione circa la corretta impostazione per la Missa Solemnis, se si tratta di una chiesa o una sala da concerto, ma forse per Beethoven la questione era irrilevante. Egli scrisse "Il mio principale obiettivo era quello di risvegliare e permanente instillare sentimenti religiosi non solo in cantanti, ma anche nella ascoltatori." Forse Beethoven ha fatto sì che, se i sentimenti religiosi sono stati suscitati dalla musica stessa, poi ha creato l’ascoltatore all’interno di un lontano pura forma di religione da quello che esiste tra le mura di una chiesa. Non a caso, nel manoscritto, a destra, dopo il titolo c’è una frase che ci fa riflettere: "Dal cuore possa andare ai cuori".

 

[segue]

A questo link

 

http://www.classicaonline.com/musicologia/saggi/04-02-09.html

l’articolo pubblicato su www.classicaonline.com corredato dei video tratti da Youtube con la messa completa diretta da Bernstein

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